La schiavitù del Made in Italy

La schiavitù del Made in Italy

A seguito dell’incontro realizzato a gennaio, in cui è stato presentato l’appello “Accoglienza, Benvenuto, Comune Umanità“, Mercoledì 2 Aprile Gianluca Petruzzo, uno dei responsabili dell’Associazione “3 Febbraio”, è ritornato in compagnia di Mizan Rahman, un immigrato bengalese, per raccontarci la storia della lotta che hanno intrapreso gli immigrati residenti a Sant’Antimo e di altri comuni della provincia di Napoli.
Mizan è stato uno dei primi lavoratori delle fabbriche di Sant’Antimo che producono abbigliamento per vari marchi del “Made in Italy” che ha denunciato la condizione di sfruttamento in cui i migranti sono costretti a lavorare.

Vengono da diversi paesi: sono bengalesi, pakistani, sono immigrati e profughi. Sono venuti in Italia per costruire una vita migliore assieme alle loro sorelle e ai loro fratelli italiani. Ricattati, minacciati, picchiati, nell’indifferenza diffusa, hanno deciso di ribellarsi, e hanno iniziato a riunirsi in assemblea.

I lavoratori, in condizioni vicine alla schiavitù, confezionano i capi d’abbigliamento in scantinati privi di areazione, lavorando per 14 ore al giorno, 7 giorni a settimana e percependo un salario di soli 250-300€ mensili pagato saltuariamente.
Il proprietario della fabbrica in cui lavorava Mizan, anch’egli bengalese, attirava i suoi connazionali in Italia promettendo una paga di 1.000€ mensili, ma ne chiedeva 12.000€ per dare la documentazione per arrivare nel nostro Paese (visto turistico valido 3 mesi) e per organizzare tutto il viaggio dal Bangladesh a Napoli. Arrivati a destinazione i lavoratori sono ben presto destinati a diventare “clandestini” (senza diritti) e quindi costretti ad accettare qualsiasi sopruso.

In ogni caso la lotta affrontata dai bengalesi e dagli immigrati è ancora in corso e molto lontana dalla conclusione, nonostante abbia giù portato ad alcune piccole vittorie. Le retribuzioni ora sono pagate in modo regolare anche nelle altre fabbriche, e sono partite varie denunce.
Auguriamo a Mizan e a tutti gli immigrati che la lotta venga portata a termine assicurando condizioni di lavoro e retribuzioni dignitose per tutti, contando anche sul nostro appoggio.

Fabio Fortunato 5AM

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